lunedì 30 aprile 2012

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Blog ArteRicerca: Murano: Animali in Vetro - Zoo - Bestiario (Franco...: Plastiche vetrarie di soggetto animalista nelle produzioni artistiche muranesi del XX° secolo Il titolo di quest’opera, “Zoo di Murano”,...

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Blog ArteRicerca: The Amalric Walter Research Project and subsequent...: In August 2006 Broadfield House Glass Museum in the UK held the first solo exhibition of the French pâte de verre artist Amalric Walter (...

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Blog ArteRicerca: ORO - QUOTAZIONE DELL'ORO

Blog ArteRicerca: ORO - QUOTAZIONE DELL'ORO: L' Oro (Au), fonde a 1063° Celsius, ha una durezza di 18 Kg. per mm. quadrato e un peso specifico di 19,33, non si ossida, non viene intacca...

Blog ArteRicerca: I capolavori di Peter Carl Fabergé

Blog ArteRicerca: I capolavori di Peter Carl Fabergé: Le uova in vetro o porcellana delle industrie imperiali di S. Pietroburgo, quelle in pietra dura di Ekatarinenburg, o quelle in papier-m...

sabato 28 aprile 2012

L'arte del cammeo

«Oggi una donna alla moda porta cammei un po' dappertutto: alla cintura, intorno al collo, sui braccialetti, ma anche sparsi sul diadema», così nel 1805 l'autorevole rivista francese Le journal des dames sottolineava l'apoteosi del cammeo, che sarebbe restato in auge per tutta l'era romantica. L'arte della glittografia (studio delle pietre intagliate) ha origini molto remote. Prima di addentrarsi nel labirinto di questo meraviglioso universo, è il caso di precisare che le pietre intagliate si suddividano a loro volta in intagli veri e propri e in cammei. Per intaglio si intende una pietra incisa in profondità. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

I capolavori di Peter Carl Fabergé

Le uova in vetro o porcellana delle industrie imperiali di S. Pietroburgo, quelle in pietra dura di Ekatarinenburg, o quelle in papier-maché di Lukutin Vishniakov erano molto popolari tra la gente comune, mentre tra l'aristocrazia ed i ricchi committenti erano in uso esemplari molto più elaborati in oro e argento, con smalti, e magari anche tempestate di pietre preziose. Le bomboniere a forma di uovo, che venivano riempite di dolciumi di ogni tipo, erano le grandi favorite. I pendenti a forma di uovo in miniatura apparvero per la prima volta nel diciottesimo secolo: alcuni di questi, impreziositi di diamanti (che si possono ora vedere al Museo dell'Hermitage) servirono come prototipi a Peter Carl Fabergé che ne ideò alcuni sul modello di quelli più piccoli, ma fu proprio lui che poi li rese così famosi. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

L'accendino fra ricerca, tecnica e arte

L'accendino a selce è formato da un pezzo di metallo di forma piatta, ovale o allungata, lungo alcuni centimetri: è questo il corpo usato per l'urto. La pietra focaia, dal bordo tagliente (una varietà di quarzo chiamata selce piromaca), viene dunque colpita con forza mediante l'accendino. Il punto di impatto è costituito dal taglio della lama di ferro, per tutta la sua lunghezza. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Gioielli? È il quadro la miglior cassaforte

In ogni età il particolare ruolo del gioiello, che conferisce bellezza e dignità alle persone, è stato sottolineato dalla tecnica del ritratto, poiché la maggioranza dei pittori ha sempre dimostrato interesse particolare per la funzione ornamentale dei metalli e delle pietre preziose e talvolta pittore e orafo hanno lavorato in stretta collaborazione. È il caso dei ritratti dipinti sui sarcofaghi delle mummie venute alla luce nel cimitero egizio-romano di Fayun, i cui gioielli sono delineati con tale realismo da riprodurre perfino le caratteristiche fisionomiche. Siccome questi ritratti rappresentano i membri della classe amministrativa e cosmopolita di quel particolare periodo dell'Impero, essi possono essere considerati come tipici della moda del tempo. Le dame con i capelli raccolti, uno stile di acconciatura molto comune nel IV secolo d.C., indossano dei gioielli simili a quelli che si conservano al British Museum. Le catene che portano al collo spesso raffigurano nel medaglione centrale una testa di medusa con ali e serpenti tra i capelli e oltre a questa catena con la medusa, un paio di orecchini formati da una sbarretta d'oro da cui pendono tre segmenti con infilature di perle. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

I sontuosi gioielli dell'umile gente

"Gioielli dell'umile gente". Così Paolo Toschi, un esperto di tradizioni italiche, definì 20 anni fa le sontuose esposizioni di arte "popolare" o "rustica". Da allora le cose sono un po' cambiate: questi umili gioielli vengono contesi sul mercato antiquario a suon di milioni. E ciò non vuol dire che l'arte popolare sia inferiore alla grande arte. Anch'essa raggiunge vette eccelse, ma percorre strade note a lei soltanto, ispirandosi a un modo di pensare (e di vivere) semplice, primitivo, mentre l'arte in grande stile è notoriamente il frutto di conoscenze più vaste e profonde, del pieno dominio del pensiero e della tecnica. È questa un'interpretazione del pensiero di Croce che dà un carisma nobilmente filosofico alle origini di un genere di ornamento, già accessorio dei ricchi costumi regionali delle donne italiane, complemento di una tradizione e soddisfacimento di bisogni spirituali e materiali, che sopravvive e si sviluppa nel tempo fino a che al popolo serve e appartiene. Il che oggi purtroppo, non avviene più. Questa antica tradizione è stata interrotta dalle regole di un consumismo cui non può sottrarsi neppure il settore dell'antiquariato sempre alla ricerca di un nuovo "vecchio-antico" da gettare sul mercato per soddisfare le richieste di una clientela esigente. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Helen König Scavini (Torino 1886 -1974)

Da madre austriaca e padre tedesco, trascorre la giovinezza prima a Losanna per trasferirsi nel 1902 a Francoforte. Dopo un soggiorno presso la sorella a Torino nel 1905, la quale vive con il poeta Ignazio Vacchetti, nel 1906 è a Düsseldorf dove frequenta la Scuola d'Arte Applicata, diplomandosi in fotografia nel 1907. Durante questo periodo di studi entra in contatto con Cläre Burchart, creatrice di modelli in ceramica per le manifatture tedesche. Rientrata a Torino, nel 1915 sposa Enrico Scavini, assieme al quale, nel 1919, fonda la «Ars Lenci» che produce giocattoli in legno decorato, confezioni, articoli di vestiario, decorazioni per abbigliamento, cuscini, cappelli, scialli, scarpe, pantofole, cinture, articoli di moda, tende, chincaglierie, mobili per bambini, pupazzi e bambole costruite con feltri policromi. Saranno proprio queste bambole a decretare la fortuna artistica di Elena Scavini, chiamata anche "Signora Lenci" e della sua manifattura. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

LA ESSEVI DI SANDRO VACCHETTI

La «Essevi» viene fondata a Torino nel 1934, da Sandro Vacchetti, dopo una lunga esperienza quale direttore della Hars Lenci, di Elena Scavini. Appena dodicenne, nel 1901, Sandro aveva lasciato la natia Carrù per raggiungere a Torino i suoi fratelli maggiori, Pippo ed Emilio, già da tempo studenti di pittura all'Accademia Albertina. Nello studio dei fratelli, in corso San Maurizio, Sandro conobbe Matteo Oliviero, che lo seguì nella sua prima formazione artistica, integrata poi dai corsi serali di disegno e nudo, all'Accademia Albertina. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Guido Andloviz

Guido Andlovitz amava firmarsi Andloviz. L''italianizzazione" del cognome, che prosegue oltre il crollo del regime fascista, non è a mio avviso riducibile solamente a una scelta politica. La mia ipotesi è che l'aneddoto sia significativo di una scelta estetica fors'anche inconsapevole. Eppure gli inizi dell'attività di Andloviz (anche a me piace chiamarlo cosi) in campo ceramico, nel 1923, presso la Società Ceramica Italiana di Laveno, avvengono sotto una costellazione stilistica d'oltralpe. Le "fonti" di Andloviz (come di Giò' Ponti, coevo rivale” presso la manifattura concorrente Richard Ginori) sono state a più riprese individuate da vari studiosi, connaisseur, amatori, da Paolo Portoghesi a Carla Cerutti a Mario Munari nell'esperienza della Wiener Werkstätte, di Dagobert Peche e Oskar Kaufman. D'altronde, questa fascinazione proveniente da un'area austro-ungarica non caratterizza solo gli anni '20 e lo "Stile 1925" nel nostro paese. Prima influenza, come ha affermato Massimo Carrà, il "Liberty" italiano; poi in anni molto recenti. è dichiarato fantasma figurativo, con le opere ceramiche di nuovo di Dagobert Peche e con quelle di Michael Powolny per la Wiener e la Gmunder Keramik, per i designers italiani che si ricimentano con i vasi nell'operazione Nuova Ceramica Nuove Tendentse. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

La Civica Raccolta di Terraglia di Laveno Mombello e Guido Andloviz

Fin dall'apertura nel 1970, il Museo dedicato alla terraglia forte di Laveno Mombello, vide raccolte presso le sale di palazzo Perabò, in un'esposizione storica, opere acquisite al patrimonio civico, in larga parte grazie a depositi della Richard Ginori o a passaggi munifici delle donazioni Scotti Meregalli, Franco Revelli e del privato collezionismo locale. L'edificio di epoca tardo-rinascimentale (fine 1500) costruito dalla famiglia cerrese dei Guilizzoni, quando ottenne la Signoria di Contea, venne successivamente ampliato nel secolo XVII sino a presentare l'attuale aspetto. Venne così avviata la delicata e non breve fase di allestimento documentativo della terraglia forte nell'area lombarda per il periodo che va dal 1860 al 1960, con particolare riferimento ad una esposizione omogenea e specialistica sita sui luoghi di produzione. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

La porcellana bianca

Le prime statuine in "biscuit" vennero prodotte, a quanto pare, a Vincennes-Sèvres. Sembra sia stato Jean-Jacques Bachelier, uno dei direttori artistici della manifattura, a proporre, nel 1749 o poco dopo, di lasciare alcune piccole sculture senza la vernice consueta. In realtà già nel 1730-40 certe grandi statue realizzate per il palazzo Giapponese di Dresda non erano state dipinte, e intorno al 1740 statuette bianche del genere erano già apparse sul mercato. Ma a Sèvres l'innovazione suggerita da Bachelier ebbe un successo così grande che vennero chiamati i maggiori artisti del tempo a fornire disegni per i modelli. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Le Ceramiche di Faenza

Sin dall'XI secolo era presente in Italia una produzione di ceramica dipinta a smalto stannifero chiaramente influenzata dalla tradizione araba con cui i vasai italiani erano in contatto in seguito alle spedizioni dei crociati. La decorazione di questa antica ceramica italiana, che veniva prodotta in Umbria, Lazio, Toscana, Romagna e lungo le coste adriatiche, era prevalentemente geometrica, con figure disegnate con la rigidezza e il formalismo dell'arte bizantina. Nella prima metà del XV secolo, con il Rinascimento fiorentino, dalla Toscana sorse e dilagò uno stile decorativo che attingeva i propri motivi dall'architettura classica. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

L'Arte della ceramica in Cina

Leggende antichissime, amorosamente raccolte, e spesso commentate dagli storici e dai filosofi cinesi testimoniano quale importanza avesse l'arte della ceramica fin dai primordi della civiltà cinese. È stato tramandato ad esempio che Chuen, l'ultimo dei cinque mitici sovrani che precedettero la fondazione della prima dinastia ricordata dalla cronologia tradizionale, quella dei Ilia, nata nel secondo millennio a. C, oltre a essere pescatore e agricoltore esercitasse anche l'arte del vasaio. L'arte della ceramica, che è fondamentale e completa, fu sempre in auge, in tutti i secoli e non decadde mai al livello di arte minore, ossia di arte decorativa nel quale l'Occidente l'ha relegata. Sin dagli inizi incontrò il favore degli amatori e letterati, pittori, poeti, altri dignitari e imperatori lodavano i pregi dei vari pezzi delle loro collezioni, usciti da forni famosi. La corte imperiale non tardò a riservarsi la produzione di certi forni e a creare manifatture di sua esclusiva proprietà. La più celebre, quella di Kingtechen nella provincia di Kiangsi, fondata nel 1369, agli inizi della dinastia Ming (1368-1644), raggiunse una fama che doveva rimanere insuperata. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Statuine in porcellana - Commedia dell'Arte

Carnevale, tempo di spasso e di baldoria, di balli e di mascherate. Legato per tradizione ai Saturnali dell'antica Roma, rimanda per le mascherate, le sue manifestazioni più tipiche, all'intramontabile mito della commedia dell'Arte. Originaria del '500, la Commedia dell'arte (poi nota come Commedia italiana) era dovuta a comici di mestiere che, rinunciando a rinnovare il loro ruolo sera per sera, si immedesimavano in un sol personaggio. A Venezia, alla Giudecca, si era formato un centro di vita dei commedianti. Essi portavano in scena la classica burla che unisce servo e padrone: il padrone, ricco e avaro, detto il Magnifico, e il servo, furbo e zoticone, lo Zani o Zanni. Da essi si svilupparono i quattro tipi fondamentali, i due anziani (il Dottore e il Magnifico) e i due servi (primo e secondo Zani), attorno a cui ruotano altri personaggi. Fra questi, la folta schiera degli "innamorati". LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

La Porcellana

All'inizio del 1500, doppiando il Capo di Buona Speranza, i navigatori portoghesi riuscirono a raggiungere l'Estremo Oriente e cominciarono ad esportare in Europa i prodotti più tipici, fra cui la porcellana. Da questo fatto, senz'altro vero, nacque una diceria tuttora in circolazione: che cioè sarebbero stati i portoghesi a far conoscere la porcellana a noi europei e che sarebbero stati loro, anzi, a darle il nome (porcellana deriverebbe dal portoghese "porsolana"). È una delle molte dicerie diffuse un tempo, quando si parlava di antiquariato soprattutto per sentito dire. In tal caso potranno essere utili queste notizie sulla porcellana. Alcune sono più o meno note, altre probabilmente sconosciute. Tanto per cominciare, porcellana non deriva dal portoghese. Caso mai è vero esattamente il contrario. È il portoghese che, come molte altre lingue occidentali, ha preso questa parola dall' italiano. In italiano antico si chiamavano porcellane certe conchiglie di mare, tutte candide e lucenti. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

GLOSSARIO DI FOTOGRAFIA

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La liberatoria fotografica

Quando e come deve essere compilata la “liberatoria fotografica”? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Normativa per l'esposizione di ritratti fotografici - Ritratti a minori

Quale normativa sussiste per l’esposizione di ritratti di immagini altrui? ed in particolare, se il ritratto raffigura minori? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Diritto d'autore per le fotografie digitali

La "digitalizzazione", consente una divulgazione illimitata ed incontrollata di opere, il facile e veloce trasferimento da un soggetto all’altro con una notevole riduzione dei costi per tali operazioni rispetto alla fotografia “tradizionale” bensì, tale facilità rende incerta la provenienza e la paternità delle opere medesime. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Diritto d'autore: come si distingue la "fotografia artistica" dalla "fotografia semplice"

Come si riconosce la “fotografia artistica” dalla “fotografia semplice”, per poter applicare la normativa sul diritto di autore? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Dati da apporre sulle stampe fotografiche affinchè il diritto d'autore diventi esecutivo

Quali dati bisogna apporre sulle stampe fotografiche perché il diritto d'autore (legge 22 aprile 1941 n. 633) diventi esecutivo? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Inserimento di citazioni o brani musicali quali supporti descrittivi per fotografie

Si può inserire una citazione (narrativa, poesia o un brano musicale) come descrizione ad una fotografia senza incorrere in una violazione del diritto d’autore? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Le riprese fotografiche negli edifici abbandonati

…entrare in edifici abbandonati. Che cosa dice la legge a riguardo? Ci vuole un permesso del comune o è vietato sempre e comunque? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Occupazione del suolo pubblico nell'uso del cavalletto o treppiede

Occupazione del suolo pubblico ed uso del cavalletto o treppiede, come difendersi dalle autorità di pubblica sicurezza? Sono frequenti i casi in cui pubblici ufficiali e/o agenti di polizia hanno allontanato delle persone colte nell’atto di fotografare con l’ausilio del cavalletto o treppiede, adducendo la vigenza della normativa in materia di legittima occupazione del suolo pubblico. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Fotografia di paesaggio urbano, monumenti ed opere d'arte: diritti del proprietario

Fotografare il paesaggio urbano, monumenti ed opere d’arte, quale diritto può vantare il proprietario nei confronti del fotografo? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

DORA MAAR

Pablo Picasso, Ritratto di Dora Maar, 1937. Henriette Théodora Markovič, in arte Dora Maar, fotografa e pittrice, nasce a Tours, da madre francese e padre croato, il 22 novembre 1907. Fino al 1925 vive con la famiglia a Buenos Aires; trasferitasi a Parigi, si iscrive all’Ecole Photographique Passy, e all’Ecole d’Art Décoratif Julian, di tendenza liberale. Frequenta anche lo studio del pittore André Lhote, che le presenta Cartier-Bresson, il quale le suggerirà di abbreviare il suo nome; nasce così Dora Maar. Nel 1930 pubblica le sue prime foto e l’anno seguente lavora con il fotografo ungherese Brassaï. Nel 1931, in società con Pierre Kéfer, apre uno studio fotografico, operando nel settore della moda e della pubblicità, firmando le sue foto Kéfer-Dora Maar. Di estrema sinistra, diviene famosa con la sua Rollei, per le istantanee che ritraggono la mondanità francese. Le sue foto vengono pubblicate su riviste prestigiose come Madame Figaro. Diviene prima la compagna del cineasta Louis Chavance, e in seguito del poeta Georges Bataille. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

PICASSO E LA FOTOGRAFIA

Picasso amava frequentare i mercati rionali e collezionare di tutto. Nell'immenso archivio picassiano, donato poi dagli eredi allo Stato francese, si trovano ceramiche, vetri, stampe, oleografie, cartoline, e moltissime fotografie. Nella raccolta fotografica, consistente di alcune migliaia di immagini di ogni tipo, molte di esse hanno un solido legame con il processo creativo dell'artista e documentano inequivocabilmente il ricorso alla fotografia sin dai primi anni del secolo, come fonte per la pittura. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

MARC RIBOUD

"Se il nostro lavoro può, in qualche modo, influire un po' sulla realtà, questo avviene proprio in epoche come la nostra in cui la funzione della testimonianza diventa essenziale". Marc Riboud, quinto di sette figli, nasce a Lione il 24 giugno 1923. La famiglia Riboud con una solida tradizione culturale, aveva la passione per i grandi viaggi: il padre, banchiere, aveva compiuto nel 1910 un giro del mondo, documentandolo con numerose fotografie; lo zio, Jules Riboud, nel 1920 aveva intrapreso un avventuroso viaggio in Congo. In occasione del suo quattordicesimo compleanno, Marc riceve in dono la West-Pocket Kodak che il padre aveva usato durante la Grande Guerra per documentare la sua vita in trincea. Con questa macchina fotografica, Marc scatta la sua prima foto in occasione dell'Esposizione Universale di Parigi. Due anni più tardi, alla morte del padre, gli viene affidata una Leica del 1935. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

CECIL BEATON

Cecil Beaton nasce a Londra il 14 gennaio 1904, da Ernest Beaton, commerciante di legname, e Etty Sissons, i quali metteranno al mondo altri tre figli. Nel 1915, Cecil riceve in dono la prima macchina fotografica, una Kodak 3A a soffietto, un apparecchio di medio formato, introdotto sul mercato nel 1903 e venduto fino al 1915. Con l'aiuto della bambinaia di sua sorella, Alice Collard, anche lei appassionata di fotografia, esegue ritratti della sorellina e della madre. Con il passare del tempo fa esperimenti per riflettere la luce, usando diverse fonti luminose come fogli di carta stagnola e specchi; si cimenta nelle tecniche dello sviluppo e della stampa, architetta di mettere una lastra di vetro fra il negativo e la carta durante l'esposizione, usa filtri. Con cellophane, lenzuola e scampoli di stoffa dai tessuti brillanti, improvvisa eleganti e suggestivi costumi; usa le sue sorelle come modelle... LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

NADAR - Gaspard-Fèlix Tournachon

« Non esiste la fotografia artistica. Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere e altre che non sanno nemmeno guardare. » Gaspard-Fèlix Tournachon, pittore, caricaturista, scrittore e fotografo, nasce a Parigi il 6 aprile 1820 da genitori originari di Lione: la madre, Thérèse Maillet, è di famiglia benestante, il padre, Victor Tournachon, discende da una famiglia di mercanti e fa il tipografo-editore. Nel 1832 Gaspard-Fèlix entra al collegio Bourbon (poi Liceo Condorcet); tra il 1835 e il 1836, in seguito a problemi di natura economica, la famiglia Tournachon torna a Lione, dove Félix si iscrive a medicina; nel 1837 muore il padre. L'anno seguente la madre decide di ritornare a Parigi con i figli. Nella capitale francese, dove continua gli studi di medicina, sembra con scarsi risultati, Felix frequenta l’ambiente dei giovani della gioventù letteraria che si definisce "La Bohème" e viene battezzato Nadar, nome che adotta con entusiasmo. Ricalcando le orme paterne, presta le sue prime collaborazioni giornalistiche lavorando per L'Entracte Lyonnais e Le Fanal du Commerce. Il panorama economico dell'Europa, in quel periodo, è in grande fermento; molte sono le nuove scoperte nel campo della scienza e della tecnica, inoltre, il rapido sviluppo industriale crea nuovi posti di lavoro e maggior benessere economico alle popolazioni. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

ANDRÈ VILLERS

Nato in Francia nel 1930, nella piccola cittadina di Beaucourt, André Villers all'età di diciassette anni viene ricoverato in ospedale per un grave problema di decalcificazione ossea. Nel sanatorio di Vallauris trascorrerà otto anni, cinque dei quali completamente a letto. Ristabilitosi, nel 1951, frequenta il suo primo corso di fotografia e due anni più tardi fotografa per la prima volta Pablo Picasso. A Vallauris, piccolo villaggio in Provenza non lontano da Cannes, celebre per le ceramiche fin dai tempi dei romani, Picasso si dedicava alla ceramica, esplorando l'uso di tecniche e supporti. Villers riceve in dono dal grande maestro una Rolleiflex e iniziano i primi esperimenti fotografici. Tra i due nasce un rapporto di collaborazione destinato a durare fino al 1973, anno della morte di Picasso. Nel 1958 Villers collabora con la rivista "Aujourd'hui". L'anno seguente viene pubblicato "L’Album photographique Portraits de Picasso" con testo di Jacques Prévert; nel 1962, "Diurnes", sempre con testo di Prévert. Si tratta di esperimenti fotografici e montaggi, realizzati in collaborazione con Picasso, dove il maestro si addentra nel mondo dell'immagine fotografica, dimostrando un genio inventivo di straordinaria suggestione. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

THOMAS HÖPKER

" ...le nostre fotografie sono frutto del modo di vivere di ciascuno di noi, di ciò che leggiamo, mangiamo, indossiamo e sogniamo. Credo che sia impossibile eseguire una foto se già non l'abbiamo giacente da qualche parte dentro di noi". Thomas Höpker nasce il 10 giugno 1936 a Monaco di Baviera. Già all'età di quattordici anni inizia a fotografare con una vecchia fotocamera a lastre 9 x 12, ricevuta come regalo dal nonno, e sperimenta la camera oscura. Agli inizi segue la corrente della "Fotografia soggettiva", di Otto Steinert. Tra il 1956 e il 1959 studia storia dell'arte e archeologia presso l'Università Göttingen della sua città, vincendo due premi "Photokinn", per la categoria studenti. Conseguita la laurea, nel 1960 diviene fotoreporter del "Muenchner Illustrierte"; nel 1962 viene ingaggiato dalla rivista "Kristall" di Amburgo e nello stesso anno riprende volti e villaggi peruviani. Nel 1963 viaggia in Brasile, Etiopia, Iran, Medio Oriente. In Egitto immortala un gruppo di turisti sui cammelli. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

JAY MAISEL PHOTOGRAPHY

190 Bovery New York City, quartieri di Manhattan's Lower East Side, qui, dove c'era un'importante sede della Banca tedesca, in un enorme edificio di 3.250 metri quadrati, acquistato nel 1966 e che si erge su sei piani, Jay Maisel ha i suoi uffici, archivi, laboratorio ed abitazione. Se lo studio di un fotografo è lo specchio della sua posizione nello star-system dell'immagine, allora certamente Maisel è uno dei più grandi fotografi al mondo. L'atrio della banca è stato adattato a campo di basket; splendidi pavimenti in legno lucido, sulle pareti le moltissime fotografie a colori di Maisel rendono ancor più suggestivo l'enorme salone. Sul fondo si trova un'area di accoglienza, un lungo bancone, dietro il quale le segretarie di Maisel svolgono il loro lavoro e ricevono i clienti. In questa straordinaria sede si tengono anche i corsi di fotografia, cinque giorni molto intensi, dalle 9.00 del mattino alle 10.00 di sera, durante i quali si discute, si riprende, si respira la "fotografia" con Jay. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Ansel Adams (San Francisco 1902 - Carmel 1984)

Ansel Easton Adams nacque a San Francisco il 20 febbraio 1902 da famiglia benestante. Nel 1906, durante il terremoto che scosse San Francisco, un violento urto lo gettò a terra, facendogli riportare quella frattura del naso che caratterizzò il suo volto per tutta la vita. Pur avendo frequentato scuole pubbliche e private, non si applicò mai troppo agli studi, preferendo di gran lunga le escursioni all’aria aperta e perseguendo i propri interessi personali. A dodici anni Ansel iniziò a suonare il pianoforte per intraprendere la carriera da musicista, ma quando due anni più tardi si trovò quasi per caso a scattare le sue prime foto amatoriali dello Yosemite National Park, esplose in lui quella passione per la natura e la fotografia, che lo avrebbe condotto a diventare uno dei più grandi fotografi del ‘900. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Dalla camera oscura alla fotografia

Precursore dell’attuale macchina fotografica fu la "Camera oscura". Il primo accenno all'idea di camera oscura venne fatto da Aristotele il quale, nei Problemata, dichiarò che i raggi del sole che passano per un'apertura quadrata formano un'immagine circolare, la cui grandezza aumenta con l'aumentare della distanza dal foro. In tempi relativamente moderni, nel secolo XI, fu l'arabo Alhazen, ad approfondirne gli studi, che vennero poi riportati dal monaco Vitellione nell'opera "Opticae thesaurus Alhazeni arabis". Anche Leonardo da Vinci la studiò con il dovuto rispetto. Successivamente, dotata di una lente, trovò il suo utilizzo come strumento per la pittura, grazie alla quale si potevano copiare fedelmente paesaggi proiettati su di un foglio o una tela (l‘immagine risultava rovesciata). LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Aspetti del rapporto Pittura-Fotografia

Fotografia dell'epoca ritoccata con colori ad olio. Quando nel 1839 i primi dagherrotipi fecero la loro comparsa, il panorama economico dell'Europa, che dopo il Congresso di Vienna (1814-1815) aveva visto ristabiliti i confini esistenti tra gli Stati prima delle campagne di Napoleone, era in grande fermento. Nuove scoperte nel campo della scienza e della tecnica, ed un rapido sviluppo industriale avevano portato maggior benessere economico alle masse, con il conseguente emergere di nuovi ceti sociali. Nella pittura, l'uso del dipinto paesaggistico e la ritrattistica (con una solida tradizione di status symbol), riservati per molti secoli esclusivamente alla nobiltà ed a pochi altri eletti, si diffuse rapidamente nella media borghesia, creando un terreno fertile all'avvento della nuova tecnica. Messa a confronto con la pittura nella fedeltà dell'imitazione ed esattezza dei particolari riprodotti, essa venne largamente utilizzata per sostituire le lunghe pose nei ritratti, nei paesaggi e nelle scene urbane, rivoluzionando e cambiando il corso della sperimentazione pittorica. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Paesaggio e fotografia

Nel 1863, il fotografo inglese Samuel Bourne effettuò il suo primo viaggio sull'Himalaya. La sua spedizione contava trenta portatori, impegnati per lo più a trasportare le provviste e l'enorme attrezzatura che accompagnava i fotografi del tempo (con la tecnica del collodio ogni scatto richiedeva il montaggio di una camera oscura portatile); durò dieci settimane, durante le quali fu raggiunto Passo Taree, a 4658 metri di quota, e fruttò 147 negativi di zone nelle quali pochissimi occidentali avevano messo piede. L'anno dopo Bourne intraprese una spedizione ben più ambiziosa: accompagnato da una sessantina di coolies passò nove mesi nell'esplorazione del Kashmir, riportando 500 negativi. Nel 1868, Bourne realizzò la sua spedizione più ambiziosa, affrontando con ottanta portatori e un intero gregge di animali (il problema più drammatico era rappresentato dai rifornimenti) i passi più alti dell'Himalaya. Per molti anni, la sua fotografia di passo di Manirung, a 5670 metri, rappresentò la massima altitudine mai raggiunta da un'attrezzatura fotografica. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

ELEMENTI DI CONSERVAZIONE E RESTAURO DELLA FOTOGRAFIA STORICA

La conservazione delle immagini fotografiche è una disciplina piuttosto recente se si considera che, perlomeno in ambito italiano, solo negli ultimi decenni si è sentita l’esigenza di parlare di restauro anche in termini fotografici. Fino ad allora la fotografia era stata relegata al ruolo di arte minore e comunque non considerata come bene da tutelare. Attualmente, in un contesto in cui le immagini sono diventate ancor più manifestazione del nostro tempo, non si può ignorare il notevole interesse che essa possiede come documento storico e artistico da salvaguardare.LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

L’ICCD e il sistema di schede per i Beni culturali

L’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), è uno dei quattro Istituti Centrali del Ministero per i Beni e le Attività culturali, ed è il punto di riferimento istituzionale, della progettazione ed elaborazione metodologica attinente alla catalogazione del patrimonio storico-artistico italiano. In poche parole, esso si occupa della definizione degli standards catalografici e della redazione di norme omogenee cioè, riconoscibili dai vari organi, periferici o meno, che si occupano di questioni legate al patrimonio storico-artistico. La necessità di “catalogare”, ossia di registrare seguendo dei criteri prestabiliti, informazioni di vario genere (anagrafiche, identificative, conservative, storiche, scientifiche, archivistiche, documentarie, amministrative, gestionali), fu avvertita già dagli Stati preunitari, che promossero la composizione di elenchi di opere d’arte, sia pubbliche che private, al fine di combatterne la disseminazione. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

La fotografia come Bene culturale

In Italia l’interesse verso la fotografia intesa come bene culturale, è molto recente. Infatti, solo nel 1999, con la redazione del “Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di Beni Culturali e Ambientali”, la fotografia è stata ritenuta, non solo più mezzo “analogico”, cioè basato su un apparecchio meccanico capace di riprodurre gli aspetti del reale, o strumento in grado di documentare visivamente Beni mobili ed immobili, ma anche Bene culturale essa stessa, soggetto-oggetto sottoposta a disposizioni di tutela, conservazione e valorizzazione. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

La fotografia come documento del patrimonio

Nonostante la fotografia, dal greco photos (photos - luce) e dal suffisso graphos (graphos - scrivere), abbia fatto la sua comparsa solo a partire dal 1839, le origini del “procedimento di riproduzione delle immagini” sono più lontane e si basano oltre che sulla sensibilità che alcune sostanze sviluppano alla luce, sugli studi dei fenomeni ottici (camera oscura) già noti in modo teorico ad Aristotele, all’astronomo arabo Alhazen, a Ruggero Bacone e a Leonardo da Vinci che in uno scritto del 1490 riporta: “quando le immagini di oggetti illuminati entrano attraverso un forellino circolare in una camera oscura molto buia, se la ricevi su un foglio di carta bianca posto verticalmente nella camera ad una certa distanza dall’apertura, vedrai sulla carta stessa tutti quegli oggetti nelle loro forme e colori originali ma ridotti di dimensione e capovolti. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Ansel Adams - Il pensiero e la tecnica

Ansel Adams è forse il più celebre fotografo paesaggista del ‘900, famoso per la cura con cui realizzava i suoi scatti, dall’analisi compositiva a quella esposimetrica fino alle stampe. I suoi paesaggi bianconeri sono carichi di forza e dinamismo volti a mostrare non tanto la realtà delle cose, bensì la loro intrinseca bellezza, espressa tramite ciò che il fotografo sente e percepisce del proprio soggetto. La foto dunque è un’espressione soggettiva e personale che non va confusa con ciò che rappresenta, lo stesso Adams disse che una persona che avesse visto uno dei suoi paesaggi prima di una sua foto vi avrebbe trovato enormi differenze. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

MERCATINI D'ANTIQUARIATO IN ITALIA

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LENCI - ARS LENCI

Il marchio «Ars Lenci» viene depositato a Torino il 23 aprile 1919, quando l'attività, intrapresa qualche tempo prima da Helen König, moglie di Enrico Scavini, realizzava già giocattoli in legno decorato, articoli di vestiario, decorazioni per abbigliamento, cuscini, cappelli, scialli, pantofole, articoli di moda, tende, mobili per bambini, pupazzi e bambole costruite con feltri policromi. Le bambole avevano l'aspetto di bimbi, spesso imbronciati, rappresentando costumi regionali e scimmiottando il mondo degli adulti, spesso caricature di personaggi famosi. I volti dipinti, gli abitini rifiniti con accessori curati nei particolari, rendevano il manufatto di grande pregio artistico. Successivamente, con l'aiuto del cognato (Harald König), Enrico Scavini iniziò la lavorazione del feltro, pressato a vapore in stampi metallici, che prenderà il nome di "Panno Lenci". LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Il versatile Paul de Lamerie

Paul de Lamerie viene generalmente considerato il più brillante e versatile degli argentieri. Egli, bensì fosse un francese ugonotto, non visse mai in Francia, ma venne in Inghilterra ancora bambino dall'Olanda. Non vi è dubbio che la sua opera fu influenzata fortemente dai disegni e dalle decorazioni francesi, infatti egli apprese la sua arte da un altro ugonotto, Pierre Platel, e ciò contribuì largamente alle sue ispirazioni. La sua prima bottega era in Windmill Street, dalla quale poi se ne andò l'anno del suo matrimonio (1716) per acquistare una nuova sede dove poi visse con la moglie e sei figli (dei quali tre morirono da piccoli) fino al 1739, sempre nella medesima strada. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Argenti antichi

Pochi sono a conoscenza del fatto che, solo in un periodo relativamente recente, è nata l'idea di collezionare pezzi d'argento antico inglese. Salvo rare eccezioni, persino gli acquirenti dilettanti del XVIII secolo, durante i loro lunghi viaggi d'acquisto in Europa, raccoglievano quasi tutto all'infuori dell'argento. Nello stesso periodo gli intenditori inglesi accordarono il loro appoggio alle botteghe degli argentieri e, lungo tutto l'arco del XVIII secolo, gli artigiani di Londra, come d'altronde quelli di Parigi, di Augsburg e, in minor misura, quelli di Roma e di Napoli, conclusero ottimi affari con i ricchi mecenati dell'intera Europa e America, da Stoccolma a Pietroburgo, a Lisbona e oltre Atlantico, fino a Boston e New York. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

venerdì 27 aprile 2012

Proprietà dei negativi e degli originali delle immagini - Sonia Rosini

Il fotografo ed i negativi, chi gode dei diritti di sfruttamento economico dell’opera? Proprietà dei negativi e degli originali delle immagini... LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Chi ha diritto all'utilizzazione economica delle fotografie? - Sonia Rosini

Lavorare su commissione, fotografare oggetti materiali che hanno la funzione di rendere commercialmente appetibile il prodotto da esse pubblicizzato, chi ha diritto all’utilizzazione economica delle fotografie? LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

La Fratelli Alinari tra passato, presente e futuro

Alinari nasce a Firenze nel 1852 in quella che - allora - era la capitale del Granducato di Toscana. Il primo dagherrotipo aveva visto la luce da poco - 1839 - e siamo quindi agli albori della scoperta che avrebbe forse più di ogni altra rivoluzionato la moderna comunicazione fra gli uomini. Nella storia della fotografia Alinari riveste un ruolo importante. Non solo siamo la più antica azienda al mondo operante nel settore della "comunicazione per immagini" ma custodiamo uno dei più significativi patrimoni di lastre storiche e di vintage prints ricco di oltre 4.000.000 pezzi, una parte significativa dei quali è oggi fruibile "on-line". LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

ORO - QUOTAZIONE DELL'ORO

L' Oro (Au), fonde a 1063° Celsius, ha una durezza di 18 Kg. per mm. quadrato e un peso specifico di 19,33, non si ossida, non viene intaccato dagli acidi ad eccezione dell'acqua regia (acido nitroclorico o idrocloronitrico o nitromuriatico), e non si lega con lo zolfo, anche se con il tempo possono manifestarsi leggeri mutamenti di colore. Poichè puro è troppo tenero per poter essere utilizzato normalmente, viene indurito legandolo ad altri metalli. La quantità di oro puro viene calcolato su 1000/1000 a 24 carati (Kt.). Oro a 18 carati (Kt.) corrisponde quindi a 750/1000 di contenuto di fino. VEDI LA QUOTAZIONE ATTUALE

QUOTAZIONI ORO - ARGENTO - PLATINO

QUOTAZIONI ORO - QUOTAZIONI ARGENTO - QUOTAZIONI PLATINO - In tempo reale VISUALIZZA LE QUOTAZIONI

"LA BATTAGLIA DI CUSTOZA" 24 - 25 LUGLIO 1848 - Mario Troso

PRELIMINARI ALLA BATTAGLIA DI CUSTOZA
Durante il periodo di stasi dall'8 al 27 aprile, per cercare di sedare l'impazienza dell'opinione pubblica l'esercito piemontese esegue puntate dimostrative contro Peschiera e Mantova. I Piemontesi non hanno i mezzi per investire una fortezza come Verona. In mancanza di piani si riunisce il Consiglio di Guerra il 24 aprile e si decide di passare il Mincio tra il 26 e il 27 e di assediare Peschiera. È già passato un mese dal varco del Ticino! Non si prende in considerazione una manovra a largo raggio per intercettare i rinforzi austriaci che stanno sopraggiungendo da oltre l'Isonzo. Il 29 aprile i Piemontesi conquistano Pastrengo, dove gli Austriaci difendono la linea di comunicazione col Trentino, e li obbligano a riportarsi oltre l'Adige... LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

L' art nouveau di Monsieur Gallé

Emile Gallé verrier, ovvero quando il vetro diventa arte. Ma, anche, quando produzione industriale e arte convivono e compongono meravigliose sinfonie. Un articolo storico di Franco Borga (1985)

mercoledì 25 aprile 2012

Pasqualino Veneto documentato - Una Madonna col Bambino nell'Accademia dei Concordi di Rovigo

1. Pasqualino Veneto, Madonna con il Bambino. Rovigo, Pinacoteca dell'Accademia dei Concordi. È alquanto difficile stabilire l'esatta provenienza della bella tavola raffigurante una Madonna con il Bambino (fig. 1) entrata a far parte della quadreria dell'Accademia dei Concordi nel 1833, attraverso il lascito del nobile Francesco Casilini, con attribuzione a Cima da Conegliano. Francesco Bartoli, a cui si deve la descrizione di tutte le opere d'arte presenti a Rovigo nel Settecento, cita in proposito una Madonna con il Bambino «in amenissimo paese» dipinta su rame da Cima da Conegliano di proprietà della famiglia dei conti rodigini Silvestri. È probabile che il Pasqualino della collezione accademica sia da identificare con il «Quadro in tavola esprimente Maria Vergine con il Bambino, ed in lontano un Paese con alcune fabbriche opera di Gio: Battista Cima da Conegliano» riportato dallo stesso Bartoli nella «Camera ove dorme il Monsignore» e quindi originariamente collocato nel Palazzo Vescovile di Rovigo. Anche Cavalcaselle, che contrariamente all'opinione corrente in favore del Cima riferiva questo dipinto allo stile di Marco Basaiti o di Andrea Previtali, indotto dalle superfici lisce, astratte e riflettenti, ne sosteneva la provenienza dalle collezioni del Vescovo. Spetta a Berenson l'aver avanzato la corretta paternità della tavola a Pasqualino Veneto, ipotesi confermata solo quest'anno da un accurato restauro che ha portato alla luce, seppur stinta, la firma PASQUALINVS in basso a destra, che la documenta. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Un'iconografia bizzarra per un bozzetto di Palma il Giovane

1. Jacopo Palma il Giovane, Dialogo con Afrodite. Venezia, collezione privata.
Misterioso e affascinante si potrebbe definire il piccolo bozzetto mitologico di Palma il Giovane che qui mi piace pubblicare (fig. 1), riemerso dopo secoli da una piccola casa d'aste della campagna inglese che lo ha sbrigativamente liquidato come il Giudizio di Paride. Non è però nozione per soli esperti di iconografia che nella raffigurazione di quella che fu la miccia che innescò la guerra di Troia, le figure femminili fossero tre e non due, come appaiono invece nel dipinto in esame. A contendersi la mela d'oro su cui era scritto "alla più bella" furono infatti Era, Afrodite e Atena e Palma questo lo sapeva benissimo: difatti, in un vero Giudizio di Paride poi le dipingerà tutte tre, aggiungendo anche Ermes, al quale Zeus aveva affidato le dee perché le conducesse proprio al principe troiano, levandosi così dall'impaccio di doverne scegliere una inimicandosi inevitabilmente le altre due. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

LA RIVOLUZIONE IN TIPOGRAFIA - NUOVE TECNOLOGIE E SVILUPPO DELL'EDITORIA A SERVIZIO DEL VIAGGIATORE E DEL TURISTA

J. Lavallée, L. F. Cassas, Voyage pittoresque et historique de l'Istrie et Dalmatie. Paris, 1802. A cavallo tra il Settecento e l'Ottocento il mondo della produzione, della diffusione e del consumo di prodotti a stampa subì una rivoluzione per certi aspetti paragonabile all'invenzione della stampa a caratteri mobili. Anzi, in termini quantitativi fu un fenomeno di portata ben maggiore, che si sviluppò a seguito delle rivoluzioni francese e americana, con una conseguente crescita di interessi per la lettura e una forte apertura di orizzonti culturali e che, grazie a un poderoso sviluppo tecnologico, generò fertili esiti nella meccanizzazione dei processi produttivi e nell'espansione dei mercati, senza perciò provocare disoccupazione di sorta, anzi allargando e rafforzando la rendita economica di quei comparti artigianali e industriali. In quel contesto, fenomeno della Rivoluzione industriale, l'affiorare dei fermenti liberali con la conseguente nascita di una prima vera opinione pubblica - anche in un fervido scontro tra reazione e liberalismo - e le connesse necessità di dibattito, di informazione e di conoscenza, diede ulteriore sviluppo all'editoria, alla stampa periodica e alla divulgazione culturale, intesa anche come diffusione di stampe d'arte a soggetto vedutistico di tutti i paesi del mondo. Molti dei materiali esposti in mostra sono esempi concreti di tale vasto fenomeno industriale, artigianale, commerciale, artistico, letterario; in una parola della grande e rinnovata creatività dell'uomo, pronto a servire ampi settori di una società in evoluzione economica e sociale, assetata di letture e di conoscenze, anche visive. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

IL REGOLAMENTO SULLE DILIGENZE POSTALI DEL 1838

A. F. Botte, Carta Postale ed Itineraria d'Italia a S.M.I.R.A. Ferdinando I. s.l.,1846. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO E' indubbio che la "posta", intesa come sistema organizzato per il recapito della corrispondenza, sia nata dalla esigenza di inviare e di ricevere notizie. Sorta all'inizio per soddisfare le necessità di coloro cui spettava il potere politico o militare, l'organizzazione postale si estese poi gradualmente anche alle altre classi sociali, fino a diventare (ma siamo ormai alla fine del XVII ed al XVIII secolo) un servizio aperto a tutti. Sotto il profilo etimologico, invece, il termine "posta", derivando dalla espressione latina "posita statio", contrassegnava un luogo prefissato, ove era possibile sostare per far riposare i cavalli. Già i Tasso all'inizio del 1500 avevano sperimentato con successo questo metodo, quando, avendo ricevuto l'incarico di gestire il trasporto della corrispondenza per conto dell'imperatore, avevano istituito una serie di stazioni, situate ad intervalli regolari di circa quattro leghe (approssimativamente km. 30), dove i cavalli ed i corrieri venivano cambiati. In tal modo utilizzando, sempre forze fresche, si poteva aumentare in maniera sensibile la velocità del viaggio.

IN VIAGGIO CON GLI ASBURGO - Massimiliano d'Asburgo viaggiatore - Rossella Fabiani

Carl Haase (?) Ritratto dell'arciduca Ferdinando Massimiliano. Metà del XIX secolo. La volta del cielo del Sud si curvava sconfinatamene; i colori erano netti, dal cupo turchino dei monti lontani al luminoso rosa delle rocce chiare. Si dice che un mattino sulle Alpi sia lo spettacolo più bello della natura; io l'ho visto ed è veramente grandioso, ma non raggiunge la magnificenza e lo splendore del Sud, e le leggere nebbie in fondo alle valli non sostituiscono l'incanto del mare." Così Massimiliano descrive, l'8 settembre 1850, il suo primo giorno in terra greca: diciottenne egli intraprende un viaggio - il primo - a bordo della nave a vapore Vulkan con destinazione Grecia a Turchia. Si tratta di una vacanza premio che i genitori - gli arciduchi Francesco Carlo d'Asburgo e Sofia di Wittelsbach - concedono ai due figli minori, Massimiliano e Carlo Ludovico: una vacanza all'insegna dello svago ed alla scoperta di mondi ancora non conosciuti e di esperienze non provate. Questa avventura lascerà un segno indelebile nella vita dell'arciduca perché gli aprirà, da un Iato, la consapevolezza della navigazione e, dall'altro lato, la prova della scrittura cronachistica. Saranno i viaggi effettuati sulle onde e fissati sulla carta a costituire una preziosa testimonianza di un momento felice della sua vita, scandita dalla passione per il mare, per il vivere a contatto con esso, in sintonia con la natura. E come per il vero marinaio, anche per l'arciduca i mari sono divenuti la sua stessa patria, la nave è divenuta una parte di essa, i viaggi hanno rappresentato una continua esplorazione alla ricerca del conoscere. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Come viaggiavamo nella Mitteleuropa 1815-1915 - Marina Bressan

Viaggio da Vienna a Trieste. Voyage de Vienne à Trieste. Milano, G. Vallardi, [1832] Viaggiare! Uscire dal "quotidiano", cambiare, cambiare tutto, per assicurarci i benefici desiderati! L' abbiamo imparato di recente con l'etica della vacanza estiva", esortavano le guide di fine secolo XIX. Ma perché le vacanze divenissero un'opportunità accessibile quasi a tutti nel mondo occidentale dovette trascorrere circa mezzo secolo. Se il Settecento era stato caratterizzato dal moltiplicarsi dei viaggi, esplicazione di una nuova psicologia basata sul movimento, sull'«irrequietezza» di una nuova volontà di scoprire e di confrontare, che comportava necessariamente una presa di posizione critica, una riflessione che poneva in discussione i concetti di autorità tradizionalmente indiscussi, una rappresentazione del travaglio della società nobiliare nel trapasso da una struttura di caste chiuse ad una fondata su più liberi rapporti umani, il viaggiare rimaneva tuttavia privilegio di pochi, prerogativa di uomini di elevata condizione, nobili, ricchi e colti. Dotati di competenze e motivazioni diverse, i viaggiatori del Settecento erano accomunati dall'interesse per l'ambiente umano e civile, storico e antropologico. Uscendo dal quotidiano si scontravano con un "fuori" in cui dominava l'incertezza, ma "liberi" da imposizioni temporali legate all'attività produttiva. Il viaggio in carrozza era una conquista, un'esperienza vissuta fino in fondo, un arricchimento della propria personalità. "Non sono una vera viaggiatrice. Ho paura quando la strada è brutta e quando il postiglione è troppo avventato; ho grande ribrezzo per la sporcizia; non riesco a buttar giù certi cibi come ad esempio il caffè di cicoria di Merano; perdo la pazienza, mi deprimo e mi rammarico di non essere rimasta a casa quando si verifica una giornata di pioggia proprio nel momento in cui io volevo vedere qualcosa di interessante. Tuttavia preferisco sopportare tutto ciò piuttosto che rinunciare alla passione del viaggio" scriveva la berlinese Ida Hahn-Hahn nelle Reisebriefe sulla sua esperienza in Italia. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

La fortuna critica di Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi, Giuditta che uccide Oleferne. Napoli, Museo di Capodimonte. Artemisia Gentileschi, figlia del pittore caravaggesco Orazio Gentileschi, rappresenta una delle figure più importanti nel panorama dell’arte italiana del XVII secolo, sebbene sia stato un personaggio passato inosservato per molto tempo agli occhi degli storici, anche suoi contemporanei, i quali si interessarono più alle vicende biografica (la pittrice fu vittima di uno stupro da parte del pittore Agostino Tassi), piuttosto che delle sue opere. La fortuna critica di Artemisia Gentileschi si sviluppa, essenzialmente, in due direzioni che, nel tempo, si sono alternate e, a volte, incrociate. La prima riguarda la lettura in chiave femminista data alle opere della pittrice. La seconda riguarda l’inclusione della Gentileschi nella cerchia dei seguaci di Caravaggio. Entrambe le tendenze intraprese dagli studi hanno, come punto di partenza, l’articolo scritto da Roberto Longhi nel 1916, intitolato “Gentileschi padre e figlia”. Definendo l’artista come «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità», lo studioso per la prima volta mette in luce l’appartenenza legittima di Artemisia al mondo di Caravaggio, considerandola fondatrice del “primitivismo caravaggesco” a Napoli, città dove la pittrice vi soggiornò due volte. Ma, cosa ancora più importante, Longhi è il primo a considerare la Gentileschi non come donna bensì come artista, esaltandone la professione e considerando le sue opere al pari di quelle prodotti dai pittori, cercando di discostare la sua mano da quella del padre Orazio. Significativo, in tal senso è il commento dello studioso di fronte alla Giuditta e Oleferne conservata al Museo di Capodimonte a Napoli: «Ma vien voglia di dire questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo». LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SU ARTE RICERCA

martedì 24 aprile 2012

La Disputa di Paolo Veronese. Un'opera "singolare", una storia "singolare"

Paolo Veronese, Disputa di Gesù fra i dottori del Tempio. 1562 ca. Madrid, Museo Nacional del Prado. «Che resta ancora da dire di Paolo? Crediamo più di qualche cosa» scriveva, nell'ormai lontano 1962, Remigio Marini1 ed è singolare come, per molte opere del Caliari, ancora oggi, a oltre quarant'anni da quella annotazione, la risposta non possa che essere la stessa. Ne è chiaro esempio una tra le tele più rappresentative del Veronese che continua a presentare quesiti irrisolti dando nel contempo per acquisite notizie affatto verificate: definita da Pignatti2 «uno dei più difficili problemi della filologia paolesca» è la Disputa di Gesù fra i dottori del tempio del Museo del Prado3. Dipinta, come scriveva Venturi4, «in un'atmosfera trasparente verde-oro, in una mite luce d'acquario» la scena si presenta soffusa di grazia, ma non priva di maestà e decoro. L'atrio del tempio di Gerusalemme che, dalla collina orientale dominava la città, costituiva il gran luogo di convegno dei pagani che trattavano là i loro affari, dei Giudei che vi si recavano per attingere le più varie notizie o per ascoltare le dispute dei dottori della legge; Veronese lo trasforma in un sontuoso ambiente adorno di pilastri e statue. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Le fonti militari austriache presso l'Archivio di Stato di Trieste

Il presente studio si basa necessariamente anche su fonti documentarie fra cui quelle conservate presso l'Archivio di Stato di Trieste. La gran mole di dati personali scrupolosamente raccolto dall'Autore non poteva permettere di fornire un riscontro puntuale sulla reperibilità di ciascun elemento che è stato reperito nel corso della ricerca, operazione che avrebbe appesantito notevolmente l'esposizione. Pare possa essere di qualche utilità accennare agli archivi conservati presso l'Istituto archivistico per proporli come strumenti per approfondire le storie di luoghi o persone che non sono state trattate in questa pubblicazione. Già durante la guerra parte degli archivi dell'amministrazione statale austriaca erano stati trasportati negli archivi di Vienna, a Graz e a Lubiana per metterli in salvo da eventuali danni o occupazioni nemiche. Le autorità politiche austriache nell'imminenza dello sfacelo della Monarchia spedirono da Trieste diverse casse di documenti e ne distrussero altri. Manomissioni e dispersioni ulteriori si verificarono nel breve lasso di tempo che precedette l'arrivo delle prime truppe italiane. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

TUTTI GLI UOMINI DELL'IMPERATORE

La marcia dei seimila militari a.u. del Friuli Orientale verso la Galizia, la Serbia, i Carpazi, i porti di Odessa, Arcangelo e Vladivostok... Dopo la dichiarazione di guerra dell'Imperatore Francesco Giuseppe del 28 luglio 1914 (Ai miei Popoli!) il primo fronte su cui furono utilizzati i militari a.u. del Friuli Orientale fu quello serbo (1). La Serbia capitolò soltanto nel 1915, dopo tre tentativi di invasione austroungarici tutti svoltisi nel 1914, grazie al coraggio e al valore delle sue truppe e del generale Radomir Putnik che si distinse nella battaglia di Kolubra. L'alleata Bulgaria fronteggiò il tentativo anglo-francese di soccorrere i serbi ed assieme agli austro-tedeschi invase la Romania. Le difficoltà riscontrate dall'esercito austro-ungarico furono da subito evidenti. Dopo la battaglia di Tannenberg (26.8-30.8.1914) e quella dei Laghi Masuriani (5-15.9.1914) l'armata austriaca dovette infatti affrontare la pesante sconfitta sul fronte di Grodek-Rava Ruska (8-12 settembre) e la perdita di Leopoli (la città fortezza). La Galizia (2) era stata invasa dalle truppe zariste che giunsero sulla "Cerniera dei Carpazi" pronte a sferrare un altro attacco ed invadere l'Ungheria. Il corrispondente di guerra del "Corriere della Sera" di Milano, Arnaldo Fraccaroli, descrisse la partenza dei richiamati che lasciati gli abiti di contadini e abbandonate le falci si erano dotati di sciabole e di fucili in un clima di euforia: "E si va alla guerra, alla guerra grande...". Dopo la presa di Leopoli da parte degli zaristi e le battaglie galiziane il Comando Generale fu spostato a Neu Sandez, a ben 160 Km da Przemysl. Tutta l'Austria-Ungheria si trasformò in un immenso ospedale. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

Rapporti tra il movimento futurista di Marinetti e la rivista "Der Sturm"

Lo studio analitico dei rapporti tra il movimento futurista di Filippo Tommaso Marinetti e la rivista "Der Sturm", fondata a Berlino nel 1910 da Herwarth Walden, che Marina Bressan ci propone in questo libro, colma un vuoto della storia dell'arte del XX secolo e ricuce i fili di una vicenda complessa che pose in gioco interessi, passioni, polemiche e duri scontri tra due concezioni diverse di interpretare la modernità: l'italianissimo Futurismo, con la sua invenzione del dinamismo e della velocità, contro la profondità del pensiero estetico tedesco, ancora ricolmo di aspirazioni idealistiche tardo romantiche. E tra i due fuochi un uomo coraggioso, il tedesco «organizzatore di mostre a naso ebraico, pesanti occhiali e zazzera giallo sporca polverosa», una natura combattente carica di energia, instancabile nella diffusione e nella mediazione dell'arte di avanguardia, Herwarth Walden, che con la sua rivista "Der Sturm" ebbe il coraggio di stabilire un elemento conduttore tra la dirompente vitalità mediterranea di Marinetti l'italiano «atletico e muscoloso, elegantissimo, irruento, generoso, intuitivo» e l'impeto selvaggio degli espressionisti tedeschi.LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

lunedì 23 aprile 2012

Tra Venezia e Vienna - Marino De Grassi

Carta geografica della provincia del Friuli (1750). Scala di Miglia dieci Italiane. Rifacimento maginiano del De L'Isle. Si leggono i confini tra il Friuli e la Contea di Gorizia.
Gorizia e il Friuli tra Venezia e Vienna. Libri illustrati del Settecento è il titolo della mostra allestita al Castello di Gorizia e documentata in questo catalogo. E non poteva esserci luogo più idoneo di Gorizia a ospitare una rassegna che pone a confronto diretto, per la prima volta, una significativa selezione della produzione libraria illustrata di Venezia e di quella edita nei domini di Casa d’Asburgo. La sua particolare collocazione geopolitica e le sue vicende storiche in Età Moderna, infatti, ne fecero sin dai primi anni del suo passaggio agli Asburgo, a seguito della morte di Leonardo, ultimo conte, avvenuta in Lienz l’11 aprile 1500, una città di lingua e cultura italiana, capitale di una contea con una popolazione slovena a est e italiana nella sua parte occidentale. La sua nobiltà, che pure conosceva e parlava la lingua tedesca al pari degli alti pubblici funzionari, trovò spazio all’interno dell’amministrazione asburgica e non pochi suoi esponenti si distinsero nelle armi, nella diplomazia e nella stessa corte imperiale. La nobiltà locale si qualificava per formazione e interessi culturali, un tratto caratteristico di Gorizia sino ai nostri giorni. La città godette per secoli, e fino a tutto il Settecento, di una continua immigrazione dall’Italia. Agli inizi del Seicento, anche a seguito della forte azione controriformistica avviata dall’arciduca e poi imperatore Ferdinando II, in città si insediarono i Gesuiti, che ne accenturarono il livello culturale e la sua connotazione italiana. Ma Gorizia allora era e si sentiva parte integrante dei domini di Casa d’Austria: una città italiana nell’impero degli Asburgo, che godeva degli influssi culturali di area veneta, ma che non poteva naturalmente non avvertire le influenze che provenivano dalla particolare realtà statuale cui apparteneva. E specie nel Settecento, che qui direttamente ci riguarda, fu la presenza forte e autorevole di Venezia a farsi sentire, così come la corte di Vienna esercitava fascino e attrazione non solo sulla nobiltà goriziana, ma pure su quella friulana residente in territorio veneto.
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domenica 22 aprile 2012

ACQUISTO “A NON DOMINO” DI OPERA D’ARTE E RILEVANZA DELLA BUONA FEDE NEL POSSESSO - Gabrio Abeatici

OPERA D’ARTE E RILEVANZA DELLA BUONA FEDE NEL POSSESSO. Un problema che può porsi, con riferimento alla circolazione delle opere d’arte, è quello relativo all’acquisto da un soggetto che in realtà non è il proprietario (si pensi, ad es., ad un dipinto che risulti essere stato in precedenza sottratto). Occorre chiedersi entro quali limiti l’acquirente dell’opera d’arte sia tutelato, facendo cioè salvo il proprio acquisto, nei confronti del proprietario che rivendichi il bene. Il Codice Civile stabilisce, all’art. 1147, che chi possiede ignorando (non per colpa grave) di ledere l’altrui diritto si considera “possessore di buona fede”; la buona fede, inoltre, si presume, ed è sufficiente che ci sia stata al tempo dell’acquisto. In tema di possesso di beni mobili, l’art. 1153 cod. civ. prevede che colui che li riceve da chi non ne è proprietario ne acquista la proprietà mediante il possesso: occorre, però, la buona fede sussista al momento della consegna (“mala fides superveniens non nocet”) e che vi sia un titolo idoneo al trasferimento della proprietà stessa. Sul punto, è significativo ricordare che, secondo la Corte di Cassazione, il concetto di buona fede di cui all’art. 1153 cod. civ. citato corrisponde a quello dell’art. 1147 cod. civ.: pertanto, ai sensi del comma 2 di quest’ultima norma, la buona fede non giova nell’ipotesi di ignoranza della lesione del diritto altrui per colpa grave; quest’ultima è configurabile nell’ipotesi in cui quell’ignoranza sia dipesa dall’omesso impiego da parte dell’acquirente di quel minimo di diligenza, proprio anche delle persone scarsamente avvedute, che gli abbia permesso di percepire l’idoneità dell’acquisto a determinare la lesione dell’altrui diritto: “non intelligere quod omnes intellegunt” costituisce – secondo tale orientamento giurisprudenziale – un errore inescusabile, incompatibile con il concetto di buona fede (Cass. Civ., sent. 14.09.1999, n. 9782). La presunzione della buona fede dell’acquirente “a non domino” può essere vinta – si noti – anche da presunzioni semplici, purché le stesse siano gravi, precise e concordanti. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

ACQUISTO DI OPERA D’ARTE, RILEVANZA DELL'ATTRIBUZIONE, CONSEGUENZE CIVILISTICHE DELLA NON "AUTENTICITA'". - Gabrio Abeatici

Opera falsa, opera non autentica, mera imitazione. L’autenticità gioca un ruolo non secondario nell’ambito del (peculiare) mercato delle opere d’arte. Può accadere, nell’ambito dell’acquisto di un dipinto (o, più in generale, di un’opera d’arte) che lo stesso, attribuito in un primo momento ad un determinato autore, risulti in seguito di attribuzione incerta, oppure diversa. Non si può tralasciare di menzionare l’ipotesi di contestazione, da parte degli eredi dell’artista defunto, della paternità di un’opera, essendo peraltro discusso se la relativa azione trovi la propria disciplina nell’art. 20 della legge sul diritto d’autore (ai sensi del quale “Indipendentemente dai diritti esclusivi di utilizzazione economica dell'opera … ed anche dopo la cessione dei diritti stessi, l'autore conserva il diritto di rivendicare la paternità dell'opera e di opporsi a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell'opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione …), o se la vera sedes materiae si debba riconoscere negli artt. 6 e 7 cod. civ. (id est nella normativa della tutela del diritto al nome). Nei limiti del presente contributo, va preliminarmente ricordato che tali ipotesi, naturalmente, si distinguono dalle fattispecie che configurano, invece, un illecito penale. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO

LA DICHIARAZIONE DI INTERESSE CULTURALE: DISCIPLINA E PROFILI APPLICATIVI - Gabrio Abeatici

Secondo la normativa vigente, i beni artistici di proprietà dello Stato, delle Regioni e degli altri enti pubblici territoriali (inclusi quelli degli enti pubblici, delle persone giuridiche provate senza fini di lucro e gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti) che presentino “interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico” sono considerati – rectius, si presumono – essere “beni culturali” (cfr. art. 10, comma 1, Cod. beni cult.). Più precisamente, tali opere, qualora siano di Autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre 50 anni, si considerano “beni culturali” fino all’espletamento della procedura di verifica della sussistenza dell’interesse artistico, da parte degli organi competenti del Ministero (d’ufficio oppure su richiesta di coloro cui tali beni appartengono) “sulla base di indirizzi di carattere generale stabiliti dal Ministero” (art. 12, comma 2, Cod. beni cult.). Tale disciplina – si noti – si applica anche qualora i soggetti proprietari del bene mutino la loro natura giuridica (art. 12, comma 9, Cod. beni cult.). Nell’ipotesi di beni appartenenti a privati non è, invece, prevista tale presunzione e successiva verifica, essendo bensì stabilita (art. 13 comma 1) una procedura di dichiarazione, che accerta la sussistenza dell’interesse artistico di cui all’art. 10, comma 3. Tale dichiarazione non riguarda le raccolte di musei, pinacoteche, gallerie, archivi, documenti, raccolte librarie dello Stato, delle Regioni, di altri enti pubblici territoriali ed altri enti pubblici (cfr. art. 13, comma 1, Cod. beni cult., che rinvia all’elenco di cui all’art. 10, comma 2, stesso Codice). LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SU ARTE RICERCA

sabato 21 aprile 2012

LA PAGINA D'ARTE DE "IL MONDO" DI MARIO PANNUNZIO (1949-1966)

Nel panorama degli studi di storia della critica figurativa del secondo dopoguerra, manca una disamina delle posizioni degli autori della pagina d'arte del periodico romano "Il Mondo" - in un primo tempo "Settimanale di politica e letteratura", quindi, dal quarto numero del 1953, "Settimanale politico, economico e letterario" -. Studi - raccolte di documenti, indagini sul rapporto tra arte e critica militante in Italia e affondi sulla trasformazione del vocabolario visivo tra anni Quaranta e Cinquanta - che, anche quando hanno centrato la propria attenzione su periodici o giornali non specialistici (a titolo esemplificativo, sulle pagine culturali de "L'Unità", di "Rinascita", de "L'Europeo", de "L'Espresso", perlopiù a caccia degli articoli delle grandi firme: Mario De Micheli, Roberto Longhi, Francesco Arcangeli, Lionello Venturi), hanno sempre finito per tenere fuori fuoco la definizione dei tratti propri della specola sulle arti costituita dal settimanale diretto da Mario Pannunzio. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SU ARTE RICERCA

IL TEATRO DI LOPE DE VEGA NELLE OPERE DI BERNARDO CAVALLINO

Ritratto di Felix Lope de Vega. Nel Seicento il teatro napoletano risente profondamente dell’influenza del teatro spagnolo in seguito all’arrivo in città delle compagnie di attori ispanici. Infatti, molte commedie rappresentate nella città partenopea conoscono i propri natali nella Penisola Iberica.1 Protagonista assoluto in campo teatrale in questo secolo è il commediografo e drammaturgo spagnolo Lope de Vega,2 scrittore tra i più fecondi della storia letteraria, autore di circa milleottocento commedie e quattrocentottanta autos sacramentales rappresentati presso le principali corti europee, comprese quelle italiane. Nato a Madrid nel 1562, Lope de Vega ha avuto una vita abbastanza travagliata, dalla quale molto spesso ha tratto ispirazione per le sue opere. Egli inizia a scrivere commedie nel 1604, in un momento in cui il teatro è una forma d’arte di grandissimo successo in Spagna. Lope redige molte opere tratte dai più svariati ambiti: epica, mitologia, Sacre Scritture. Caratteristiche del suo teatro sono l’incrollabile ottimismo, l’interesse per ogni singola azione eseguita dai personaggi e per la naturalezza del linguaggio appena intaccato da influenze barocche. A lui si debbono alcune innovazioni sceniche, come la misura dei tre atti al posto dei cinque della tradizione classicista. Nel 1935 lo studioso Enzo Levi3 delinea la figura del commediografo spagnolo, mettendo in risalto il forte legame tra il drammaturgo e l’Italia. Lope aveva una passione particolare per l’Italia, sebbene ancora oggi non si conosca alcun soggiorno dello scrittore nella Penisola. Sappiamo con certezza, però, che italiani sono i nomi dei personaggi delle sue commedie. Le opere “italiane” di Lope de Vega sono circa cinquanta, tre delle quali ambientate a Napoli: El perro del hortolano, La Ilave de la Honra e Mirada quien alabais. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SU ARTE RICERCA

MALCOMANDATI - Mario Troso. Storia di battaglie dove gli italiani furono malcomandati. Dal 1495 al 1943

"Specchiatevi ne' duelli e nei congressi di pochi, quanto gli Italiani siano superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno; ma come si viene agli eserciti non compariscono. E tutto procede dalla debolezza dei Capi." (Niccolò Machiavelli) Gli Italiani nei momenti più critici della loro storia, quando furono impegnati in grandi azioni di guerra non poterono contare su grandi generali che sapessero comandare le truppe portandole alla vittoria. A partire dal 1494, momento dell'invasione francese del re Carlo VIII e fino all'ultima guerra mondiale, gli Italiani furono quasi sempre mal comandati proprio quando si trovarono coinvolti in eventi bellici determinanti per la storia della nazione. Questa mancanza di abili generali, soprattutto nella delicata fase di assestamento nei primi trent'anni del XVI secolo, fu dovuta anche al fatto che gli Italiani erano influenzati da mode culturali che compromettevano l'essenziale e risolutivo modo di combattere adottato invece dagli altri popoli. Il Rinascimento, con il revival dell'antichità classica, li spingeva infatti ad utilizzare vecchi schemi e tattiche largamente superate quando invece altre nazioni, immuni da questo retaggio, erano libere di sperimentare innovazioni stravolgenti. Queste erano già emerse nelle battaglie con le quali gli Svizzeri avevano distrutto Carlo il Temerario duca di Borgogna, ma l'atteggiamento intellettuale impedì ai governanti degli Stati italiani di riconoscere e adottare le innovazioni in tempo utile. Ai nostri giorni Prezzolini si domandava: "Rimane il fatto indiscutibile che, in generale, le guerre condotte dagli Italiani finirono male. Altrettanto vere sono le prove dell'eroismo e del valore dei soldati italiani presi individualmente. Come si deve spiegare questa contraddizione?" A suo tempo Machiavelli l'aveva spiegata con la mancanza di abili comandanti e, a partire dal 1848, si spiega con la mancanza di un gruppo di generali costituenti sia uno Stato Maggiore che progettasse e controllasse le operazioni sia un Comando Supremo che le guidasse sul campo. Purtroppo episodi conseguenti a questo malcomando hanno attribuito agli Italiani la fama di combattenti dotati di scarso valore. Prima perché non seppero preservare la libertà d'Italia, poi perché tollerarono per secoli di essere dominati dallo straniero e infine perché in tempi recenti, in occasione delle guerre d'indipendenza, non riuscirono a dare chiara dimostrazione del loro valore. Anche quando rifulse, fu sempre misconosciuto in seguito alla preesistente e radicata fama, dura a morire. L'ottimo comportamento delle truppe italiane sui fronti di combattimento nel corso dei primi due anni della prima Guerra Mondiale 1915-1917 poteva essere considerato finalmente un valido contributo alla correzione del pregiudizio. Tanto che Benedetto Croce il 24 settembre 1917 scriveva che l'esercito italiano "... sta redimendo in modo definitivo il popolo italiano da una taccia quindici volte secolare." Ma poi nell'ottobre di quell'anno ci fu Caporetto e la redenzione fu compromessa. Anzi fu confermata la tradizionale nomea degli Italiani come combattenti di poco conto, poiché il Comando Supremo aveva diramato bollettini di guerra nei quali la causa del disastro risultava essere la insufficiente combattività delle truppe. Per dimostrare la tesi del malcomando abbiamo preso in esame le seguenti battaglie e i relativi periodi storici. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SU ARTE RICERCA

NAPOLI - IL RIONE SANITA'

Napoli, Basilica di Santa Maria della Sanità (o San Vincenzo alla Sanità) Una calda e bella domenica di metà settembre ha fatto da sfondo ad una escursione, o forse meglio parlare di una incursione, nel rione Sanità di Napoli. La passeggiata, iniziata davanti al Museo archeologico nazionale, si ferma prima davanti alla porta S. Gennaro, l’ingresso settentrionale della antica Νεαπολισ. Di qui infatti, seguendo il corso della via Forìa, passavano le mura della vecchia città, che poco più avanti ripiegavano verso S. Giovanni a Carbonara, passando poi per Castel Capuano e proseguivano oltre. La posizione attuale della porta è quella del 1537, quando il vicerè don Pedro de Toledo allargò le mura, fu così chiamata perché portava alle catacombe di S. Gennaro, sulla collina di Capodimonte. Il Santo è ricordato anche nell’affresco dipinto sulla porta. Risale al 1656 durante una gravissima pestilenza e fu dipinto da Mattia Preti, condannato dal Tribunale ad affrescare tutte le porte della città, poiché il pittore calabrese aveva superato il cordone sanitario, e ucciso una guardia che voleva impedirglielo. Per narrare, almeno superficialmente, la storia della zona bisogna risalire molto indietro nel tempo. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SU ARTE RICERCA

DUE IMPERATORI PER GORIZIA - Antonio Devetag

Maestro del Registrum Gregorii - L'imperatore Ottone III in trono con le quattro province dell'Impero Chantilly. Museo Condè 28 aprile 1001: l'imperatore Ottone III emana a Ravenna il diploma in cui per la prima volta viene menzionata Gorizia. 12 aprile 1500: muore a Lienz Leonardo di Gorizia e la sua Contea passa in eredita all'imperatore Massimiliano I. Sono due date fondamentali per la storia goriziana, singolarmente vicine l'una all'altra nel corso dell'anno, anche se divise da mezzo millennio. Sono queste date che la Mostra intende celebrare.. abbracciando insieme un millenario e un cinquecentenario, pensando soprattutto agli imperatori che di questa vicenda sono stati protagonisti. La mostra in realtà è incentrata su Massimiliano I come figura cardine del passaggio tra Medioevo ed Età Moderna. Massimiliano però rappresenta anche il Sacro Romano Impero, la continuazione di quella idea che il giovanissimo Ottone Massimiliano III tanto solennemente incarnò all'alba del nuovo millennio. Ottone, Federico, Carlo è tutta la serie degli imperatori romani precedenti, sotto il cui scettro si svolse, senza interruzione, intera la storia goriziana del Medioevo. Pur parlando di Massimiliano I e della Contea che, con l'anno 1500 prese inizio con lui, la Mostra non poteva ignorare la scadenza millenaria della città. LEGGI L'ARTICOLO COMPLETO SU ARTE RICERCA

LA PERSONALITÀ STORICA DI MASSIMILIANO I

Studio per monumento equestre di Massimiliano I, 1510 circa. Albertina, Vienna, cat. 1/17 Egli è il creatore del Tiroler Landlibells, il codice territoriale tirolese, e delle associazioni di difesa austriache; si può anche definire il "primo lanzichenecco", perché istituì questa nuova fanteria, conferendo a essa un forte spirito di corpo e un'alta considerazione di sé. Non si deve dimenticare che egli stesso marciava con la lancia sulla spalla tra le file dei suoi fanti, a dispregio dei principi che si vantavano per la loro superiorità rispetto ai soldati. Questi amavano l'imperatore perché anche in battaglia andava avanti a tutti, e al Wenzenberg, combattendo in prima fila, venne ferito davanti ai loro occhi. Massimiliano creò inoltre l'artiglieria austriaca. Leggi l'articolo completo su ARTE RICERCA

MASSIMILIANO I: IMMAGINI E SIMBOLI DELLA SUA IDEA IMPERIALE - Carl Schütz

Albrecht Dürer. Ritratto di Massimiliano I, KHM, Vienna I decenni intorno al 1500 - quelli in cui visse l'imperatore Massimiliano I - furono caratterizzati da mutamenti politici che interessarono l'assetto europeo. L'epoca delle scoperte, che consentirono all'Europa di uscire dai confini per confrontarsi in una dimensione globale, era anche l'epoca della Riforma e della guerra dei contadini. Ai mutamenti politici corrisposero le trasformazioni in campo culturale che portarono ad uno sviluppo artistico più denso di avvenimenti rispetto ai decenni precedenti ed a quelli immediatamente successivi. Nel 1477, quando Massimiliano diciottenne arrivò nei Paesi Bassi, per unirsi in matrimonio con Maria di Borgogna, l'antica pittura fiamminga era in piena fioritura. Poco tempo prima Hugo van der Goes aveva dipinto, su commissione di una famiglia di mercanti italiani attiva nei Paesi Bassi, il suo capolavoro, l'Altare Portinari (conservato a Firenze nella Galleria degli Uffizi), che aveva suscitato una profonda impressione tra gli artisti del primo Rinascimento italiano. Era il tempo in cui in Germania e in Austria comparivano i grandi polittici, fra cui l'esempio più famoso è l'Altare Wolfgang, opera di Michael Pacher creata intorno al 1477 per la chiesa di St. Wolfgang nell'Alta Austria; circa nello stesso periodo a Vienna, città che Massimiliano si accingeva a lasciare, veniva dipinto il grande polittico per la chiesa del convento dei Benedettini a Schotten, che si qualificò come il capolavoro della pittura viennese tardogotica. Leggi l'articolo completo su ARTE RICERCA

TRIESTE - LA CATTEDRALE DI SAN GIUSTO

La facciata di San Giusto è dominata da uno splendido rosone gotico trecentesco, a doppio giro di colonnine: un ricamo leggero di pietra, attraverso il quale la cattedrale è innondata di luce. È opera di maestri scalpellini lombardi, chiamati dal vescovo Rodolfo Pedrazzani, cremonese. Il portale, sotto quel rosone, sembra troppo umile: gli stipiti infatti sono stati ricavati da una lapide tombale romana, segata a metà. Però è un ingresso unico per originalità, non visto altrove. Varcata la soglia, ti trovi in una chiesa che, pur essendo a cinque navate, non ti opprime con la sua grandezza e maestà, ma ti dà una sensazione di pace, come di un rientro nel tepore della casa dopo una giornata laboriosa. Le irregolarità e diversità architettoniche, gli accostamenti di stili e di epoche, tutto si risolve in una superiore unità, in una visione tranquilla, unica e irripetibile. La basilica infatti, come spiegano le guide, risulta dall'unione, che si fa risalire al Trecento, di due chiese precedenti: quella di sinistra consacrata alla Vergine assunta, del secolo V, e quella di destra consacrata a San Giusto, martire triestino e patrono della città, del secolo XI.
CATTEDRALE DI S. GIUSTO La Cattedrale di S. Giusto in una cartolina del 1907. Nei restauri del 1932 vennero staccati dalla facciata gli intonachi settecenteschi e il sagrato venne notevolmente abbassato. Furono riportati in luce i piccoli conci di «masegno», che col loro colore caldo esaltano le candide strutture del rosone e dei portali. Le pietre tombali vennero sistemate dietro l'abside. (Coll. L. Susa) LEGGI TUTTO SU ARTE RICERCA

TRIESTE - IL CASTELLO DI SAN GIUSTO

Come lo vediamo oggi, il castello di San Giusto risale al 1630. Già molto prima però sul colle era stata costruita un'opera fortificata e la notizia più antica risale al maggio del 1253; la si può trovare in un documento secondo il quale il vescovo Volrico cedette per 800 marche al Comune, assieme a vari suoi possedimenti e diritti, anche il castello. Sino ad oggi però non è stata rinvenuta alcuna notizia relativa a quell'opera. Al termine della guerra di Chioggia, Trieste divenne per brevissimo tempo possesso del patriarca d'Aquileia, per passare poi agli Absburgo nel 1382. I tempi successivi conobbero guerre ed incursioni, pestilenze e carestie. Nell'agosto 1468 il popolo triestino insorse contro i soprusi del capitano Luogar, rappresentante di Federico III. Per tenere a freno la popolazione, rimasta per un anno indipendente, l'imperatore decise di costruire un castello, ed il relativo decreto porta la data del 20 maggio 1470.
CASTELLO DI S. GIUSTO Una rara fotografia del castello di S. Giusto (bastione rotondo) con obici da fortezza, del tipo attualmente conservato nel Museo de Henriquez. (Coll. A. Ciana) Leggi l'articolo su Arte Ricerca

ARGENTO

L' Argento (Ag), fonde a 961° Celsius, ha una durezza di 25 Kg. per mm. quadrato e un peso specifico di 11,1. L'Argento è certamente il più importante metallo monetale. Reperito fin dall'antichità in molti luoghi, né troppo tenero né troppo duro per la coniazione di monete, ben conservabile, è stato ampiamente utilizzato ovunque. Anche l'Argento, al pari del Platino e dell'Oro, non subisce danni a causa dell'arroventamento, cosa che non avviene nel caso di leghe. L'Argento non è intaccabile dalla maggior parte degli agenti esterni; non si combina in via naturale con l'ossigeno e quindi non forma ossidi. Si scurisce principalmente per azione dello zolfo. Questa patina scura che si rileva su vecchie monete d'argento (solfuro d'argento) è un sale di costituzione così microscopicamente sottile che praticamente non intacca il metallo. Le monete d'argento sono costituite da leghe di argento, in prevalenza rame, sul quale le influenze chimiche si manifestano in misura crescente con l'aumentare della quantità di questo metallo nella lega. L'argento con il trascorrere del tempo, quindi, si scurisce naturalmente e prevalentemente per effetto dell'idrogeno solforato esistente nell'atmosfera, o per lo zolfo contenuto nel sudore delle mani. Il cloruro d'argento, è un'altra formazione di sali sull'argento, provocata dalla combinazione, nel terreno, dall'acido cloridrico col metallo, generando una colorazione giallognola, o grigia, o bruno- violetto, di spessore variabile e screpolata. Leggi l'articolo su ARTE RICERCA