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domenica 22 marzo 2015
Alessandro Varotari detto il Padovanino - Semiramide chiamata alle armi - Testi di Dario Succi
Semiramide chiamata alle armi. Olio su tela, 134 x 112 cm. Collezione privata.
Leggendaria regina assira, Semiramide fu moglie del re Nino, fondatore del regno assiro e costruttore della città di Ninive. Succeduta al marito governò sull'Assiria dall'anno 906 all '809 prima di Cristo.
Secondo Erodoto fu una grande sovrana e durante il suo regno conquistò la Media, l'Egitto e l'Etiopia, realizzando spettacolari opere pubbliche come le mura e i giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico. Per gli scrittori cristiani medioevali (Giustino, Agostino di Ippona, Dante Alighieri, Boccaccio) Semiramide assurse a simbolo dell'assolutismo pagano, crudele e licenzioso fino all'incesto. Riprendendo lo smagliante colorismo cinquecentesco di Tiziano, Padovanino raffigura Semiramide nelle sembianze di un'avvenente giovane che alla notizia portata dal messaggero della rivolta di Babilonia assume un'espressione assorta distogliendo gli occhi dallo specchio. La composizione si caratterizza per un'eleganza formale e una purezza classica tipica delle opere realizzate verso la metà degli anni venti quando l'artista, come ricordava Rodolfo Pallucchini (1981, p. 102), esegue "un gruppo di dipinti la cui tematica biblica, mitologica e classica a carattere profano è alimentata dall'ispirazione tizianesca, come la maestosa e patetica Giuditta della Gemäldegalerie di Dresda, Cornelia e i figli della National Gallery di Londra, l'Educazione di Amore di collezione privata statunitense, e infine le due eroine dell'antichità classica Lucrezia e Cleopatra in atto di uccidersi, della Gemäldegalerie di Dresda: opere nelle quali è sempre presente il modello della bellezza femminile del primo Tiziano". Nella Galleria Nazionale della Slovenia, Lubiana, si conserva una copia della Semiramide di minori dimensioni e di formato orizzontale che, già attribuita al Padovanino, è stata correttamente assegnata ad un seguace da Federico Zeri (Fondazione Zeri, Bologna, Archivio fotografico n. 57631).
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Alessandro Varotari detto il Padovanino - La Madonna con il Bambino e San Paolo apostolo - Testi di Dario Succi
La Madonna con il Bambino e San Paolo apostolo. Olio su tela, 104.5 x 95.5 cm. Collezione privata.
Definendo il dipinto "opera splendida di Alessandro Varotari detto il Padovanino", Egidio Martini, in una comunicazione scritta, osserva che l'artista si era ripetutamente ispirato nelle sue opere a quelle del primo Tiziano, interpretandole con modi pittorici del tutto personali: "Così è anche per questa dolce raffigurazione, concepita con uno spirito sereno, come d'altronde lo è similmente la Madonna con il Bambino e la Maddalena dell'Ermitage di San Pietroburgo di Tiziano [Fomichova 1992, n. 256; acquistato a Venezia nel 1850 dalla collezione Barbarigo] dalla quale questa deriva, con la differenza che al posto della Maddalena a sinistra, il Padovanino ha posto San Paolo. Inoltre vi sono, tra l'uno e l'altro dipinto, molte altre varianti, sia nel panneggio che, in questo caso, è tipico del nostro pittore, sia nel modo di intendere il colore che in questa composizione si distingue principalmente per il vivace e bellissimo rosso cinabro, caratteristico di tante sue raffigurazioni, mentre in Tiziano nasce con velature di lacca garanza. Di straordinaria bellezza è il raffinato modo del tutto padovaninesco di modellare la superficie delle carni del Bambino e del soave viso della Madonna; modo che ci ricorda le levigate e delicate forme di alcune altre sue figure femminili".
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Alessandro Varotari detto il Padovanino - Sofonisba con la coppa di veleno - di Dario Succi
Sofonisba con la coppa di veleno. Olio su tela, 81.5 x 106 cm. Collezione privata.
Splendido esempio dello stile del maestro, il dipinto, databile alla fine degli anni venti si distingue per la spumosità effervescente della materia pittorica di derivazione tizianesca. La tela raffigura Sofonisba, nobildonna cartaginese figlia del generale Asdrubale di Gisgo, che sposò in prime nozze Siface di Numidia, acerrimo nemico di Roma. Rimasta vedova, Sofonisba si unì in seconde nozze con Massinissa, re africano alleato di Roma. Quando, a seguito di alterne vicende, Roma ordinò a Massinissa di portare la moglie nell'Urbe come ostaggio, la donna, per non sottostare alla imposizione, preferì bere il calice di veleno procuratole dal marito. L'eleganza formale del dipinto si coniuga con l'andamento maestoso della composizione ritmata dai gesti e drammatizzata dalla ripresa dal basso della protagonista, di gusto ormai prebarocco.
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